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La necessitàLa necessità di essere uomini
Lo spirito della pace è spirito di lotta e di conquista. L’annunzio
evangelico, teso com’è a rasserenare, equilibrare, pacificare, può essere
tuttavia una dichiarazione di guerra per la straordinaria necessità, nella
condizione umana, di conquistare il bene nel quale riposare con una fatica
senza interruzione. La pace, ch’è tutt’uno con la verità, verità operosa e
creatrice di intese, non è un dato esterno al quale si possa comodamente
aderire. Non ci possono essere parassiti della pace, perché questa è un
perpetuo ansioso travaglio e si rifiuta a coloro che non hanno l’ardire di
guardare in se stessi e negli altri, per trovare in una compiuta presenza nel
mondo il senso pacificatore della fedeltà alla vita. Perché questo vuol dire
essere in pace: essere fedeli alla vita, costi quel che costi, dire di sì, con
serenità cosciente, all’impulso incoercibile, ma equivoco dell’essere.
La pace vuol dire rinunzia alla rinunzia, accettazione dello scomodo
stato di essere uomini (e non per un minuto, ma per sempre),
adempimento dei delicati doveri della vivezza e della intelligenza. (…)
Non possiamo parlare di pace, finché gli uomini restano così estranei,
così freddi, così diversi l’uno accanto all’altro, mentre la vicinanza è un
40
peso fastidioso dal quale ci si vorrebbe liberare o che si tenta vanamente di
dissolvere con la tecnica artificiosa dell’arte dei contatti sociali.
Non c’è pace, finché non siano stati riconosciuti i diritti ed i doveri
dell’intelligenza e questa, diventata eguale alle sue possibilità, non abbia
fatto luce intorno, aprendo coraggiosamente orizzonti a tanta verità,
quanta è necessaria per vivere.
Non c’è pace infine, dove non c’è l’impegno e la gioia di vivere, dove
non ci sollecita la necessità di essere uomini né ci alletta il cammino
difficile, per ritorni ed incertezze, di una rinnovata conquista, di una fede
consolatrice, di una ineffabile speranza.
Per mancanza di intelligenza e di vivacità, malgrado il nostro desiderio,
siamo così lontani dalla pace. Ed oggi, come cristiani, corriamo pericolo di
perdere un’ultima occasione, di fare una definitiva rinuncia, se, resi accorti
dell’estremo rischio, non facciamo sorgere in noi lo spirito della pace, il
quale renda la vita coraggiosa, operosa, affaticata, ma non stanca, per una
conquista infinita da compiere.
Editoriale nella rivista “Studium”, 1945, n. 12
Lo spirito della pace è spirito di lotta e di conquista. L’annunzio
evangelico, teso com’è a rasserenare, equilibrare, pacificare, può essere
tuttavia una dichiarazione di guerra per la straordinaria necessità, nella
condizione umana, di conquistare il bene nel quale riposare con una fatica
senza interruzione. La pace, ch’è tutt’uno con la verità, verità operosa e
creatrice di intese, non è un dato esterno al quale si possa comodamente
aderire. Non ci possono essere parassiti della pace, perché questa è un
perpetuo ansioso travaglio e si rifiuta a coloro che non hanno l’ardire di
guardare in se stessi e negli altri, per trovare in una compiuta presenza nel
mondo il senso pacificatore della fedeltà alla vita. Perché questo vuol dire
essere in pace: essere fedeli alla vita, costi quel che costi, dire di sì, con
serenità cosciente, all’impulso incoercibile, ma equivoco dell’essere.
La pace vuol dire rinunzia alla rinunzia, accettazione dello scomodo
stato di essere uomini (e non per un minuto, ma per sempre),
adempimento dei delicati doveri della vivezza e della intelligenza. (…)
Non possiamo parlare di pace, finché gli uomini restano così estranei,
così freddi, così diversi l’uno accanto all’altro, mentre la vicinanza è un
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peso fastidioso dal quale ci si vorrebbe liberare o che si tenta vanamente di
dissolvere con la tecnica artificiosa dell’arte dei contatti sociali.
Non c’è pace, finché non siano stati riconosciuti i diritti ed i doveri
dell’intelligenza e questa, diventata eguale alle sue possibilità, non abbia
fatto luce intorno, aprendo coraggiosamente orizzonti a tanta verità,
quanta è necessaria per vivere.
Non c’è pace infine, dove non c’è l’impegno e la gioia di vivere, dove
non ci sollecita la necessità di essere uomini né ci alletta il cammino
difficile, per ritorni ed incertezze, di una rinnovata conquista, di una fede
consolatrice, di una ineffabile speranza.
Per mancanza di intelligenza e di vivacità, malgrado il nostro desiderio,
siamo così lontani dalla pace. Ed oggi, come cristiani, corriamo pericolo di
perdere un’ultima occasione, di fare una definitiva rinuncia, se, resi accorti
dell’estremo rischio, non facciamo sorgere in noi lo spirito della pace, il
quale renda la vita coraggiosa, operosa, affaticata, ma non stanca, per una
conquista infinita da compiere.
Editoriale nella rivista “Studium”, 1945, n. 12
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Commenti su: "Aldo Moro: La necessità di essere uomini" (1)

  1. quando uccisero moro ero su un pullman della croce rossa in gita a san marino

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