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Archivio per la categoria ‘citazioni’

SENTIMENTO DEL TEMPO da IL SENTIMENTO DEL TEMPO – da INNI

E per la luce giusta,
Cadendo solo un'ombra viola
Sopra il giogo meno alto,
La lontananza aperta alla misura,
Ogni mio palpito, come usa il cuore,
Ma ora l'ascolto,
T'affretta, tempo, a pormi sulle labbra
Le tue labbra ultime.

1931

sentimento dei giorni …

tra dita i grani
dei giorni
misteri di distanze
e di eterni
non ritorni

respiro
profondamente
il mio tempo
carpendone
la fuga
con quel che 
mi fu dato
e che non presi

tra poco sarà
dietro a me 
ogni cosa
come una eco
o un canto
una litania
di nomi e di volti

Aldo Moro: La necessità di essere uomini

La necessitàLa necessità di essere uomini
Lo spirito della pace è spirito di lotta e di conquista. L’annunzio
evangelico, teso com’è a rasserenare, equilibrare, pacificare, può essere
tuttavia una dichiarazione di guerra per la straordinaria necessità, nella
condizione umana, di conquistare il bene nel quale riposare con una fatica
senza interruzione. La pace, ch’è tutt’uno con la verità, verità operosa e
creatrice di intese, non è un dato esterno al quale si possa comodamente
aderire. Non ci possono essere parassiti della pace, perché questa è un
perpetuo ansioso travaglio e si rifiuta a coloro che non hanno l’ardire di
guardare in se stessi e negli altri, per trovare in una compiuta presenza nel
mondo il senso pacificatore della fedeltà alla vita. Perché questo vuol dire
essere in pace: essere fedeli alla vita, costi quel che costi, dire di sì, con
serenità cosciente, all’impulso incoercibile, ma equivoco dell’essere.
La pace vuol dire rinunzia alla rinunzia, accettazione dello scomodo
stato di essere uomini (e non per un minuto, ma per sempre),
adempimento dei delicati doveri della vivezza e della intelligenza. (…)
Non possiamo parlare di pace, finché gli uomini restano così estranei,
così freddi, così diversi l’uno accanto all’altro, mentre la vicinanza è un
40
peso fastidioso dal quale ci si vorrebbe liberare o che si tenta vanamente di
dissolvere con la tecnica artificiosa dell’arte dei contatti sociali.
Non c’è pace, finché non siano stati riconosciuti i diritti ed i doveri
dell’intelligenza e questa, diventata eguale alle sue possibilità, non abbia
fatto luce intorno, aprendo coraggiosamente orizzonti a tanta verità,
quanta è necessaria per vivere.
Non c’è pace infine, dove non c’è l’impegno e la gioia di vivere, dove
non ci sollecita la necessità di essere uomini né ci alletta il cammino
difficile, per ritorni ed incertezze, di una rinnovata conquista, di una fede
consolatrice, di una ineffabile speranza.
Per mancanza di intelligenza e di vivacità, malgrado il nostro desiderio,
siamo così lontani dalla pace. Ed oggi, come cristiani, corriamo pericolo di
perdere un’ultima occasione, di fare una definitiva rinuncia, se, resi accorti
dell’estremo rischio, non facciamo sorgere in noi lo spirito della pace, il
quale renda la vita coraggiosa, operosa, affaticata, ma non stanca, per una
conquista infinita da compiere.
Editoriale nella rivista “Studium”, 1945, n. 12
Lo spirito della pace è spirito di lotta e di conquista. L’annunzio
evangelico, teso com’è a rasserenare, equilibrare, pacificare, può essere
tuttavia una dichiarazione di guerra per la straordinaria necessità, nella
condizione umana, di conquistare il bene nel quale riposare con una fatica
senza interruzione. La pace, ch’è tutt’uno con la verità, verità operosa e
creatrice di intese, non è un dato esterno al quale si possa comodamente
aderire. Non ci possono essere parassiti della pace, perché questa è un
perpetuo ansioso travaglio e si rifiuta a coloro che non hanno l’ardire di
guardare in se stessi e negli altri, per trovare in una compiuta presenza nel
mondo il senso pacificatore della fedeltà alla vita. Perché questo vuol dire
essere in pace: essere fedeli alla vita, costi quel che costi, dire di sì, con
serenità cosciente, all’impulso incoercibile, ma equivoco dell’essere.
La pace vuol dire rinunzia alla rinunzia, accettazione dello scomodo
stato di essere uomini (e non per un minuto, ma per sempre),
adempimento dei delicati doveri della vivezza e della intelligenza. (…)
Non possiamo parlare di pace, finché gli uomini restano così estranei,
così freddi, così diversi l’uno accanto all’altro, mentre la vicinanza è un
40
peso fastidioso dal quale ci si vorrebbe liberare o che si tenta vanamente di
dissolvere con la tecnica artificiosa dell’arte dei contatti sociali.
Non c’è pace, finché non siano stati riconosciuti i diritti ed i doveri
dell’intelligenza e questa, diventata eguale alle sue possibilità, non abbia
fatto luce intorno, aprendo coraggiosamente orizzonti a tanta verità,
quanta è necessaria per vivere.
Non c’è pace infine, dove non c’è l’impegno e la gioia di vivere, dove
non ci sollecita la necessità di essere uomini né ci alletta il cammino
difficile, per ritorni ed incertezze, di una rinnovata conquista, di una fede
consolatrice, di una ineffabile speranza.
Per mancanza di intelligenza e di vivacità, malgrado il nostro desiderio,
siamo così lontani dalla pace. Ed oggi, come cristiani, corriamo pericolo di
perdere un’ultima occasione, di fare una definitiva rinuncia, se, resi accorti
dell’estremo rischio, non facciamo sorgere in noi lo spirito della pace, il
quale renda la vita coraggiosa, operosa, affaticata, ma non stanca, per una
conquista infinita da compiere.
Editoriale nella rivista “Studium”, 1945, n. 12

ripensando a quello che succede nel mondo …

Eugenio Montale

La storia

La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.

citazione

La vera saggezza non sta nella prudenza e nella moderazione, sta in una visionaria, lungimirante follia

(Erasmo da Rotterdam)

a leggere certi giornali…

Tra il 1945 e il 1960 "il cammino della speranza" passava per le Alpi 

Quando i clandestini
erano italiani


 

di Gaetano Vallini 

L’immagine è drammatica, come la didascalia che l’accompagna:  mostra una donna che, "sorpresa dalla tempesta di neve vide il suo bambino spirarle tra le braccia, proseguì per qualche tratto e infine cadde esausta con l’altro figlio:  i tre corpi furono trovati due giorni dopo". Più di una volta la tragica fine degli emigranti clandestini italiani alla ricerca di lavoro e fortuna oltralpe finì sulle pagine de "La Domenica del Corriere". Del resto i quotidiani quasi ogni giorno erano costretti a dar conto, con toni più o meno allarmistici, di episodi analoghi, tanto difficile era tenere una contabilità dei caduti. 
Sugli attraversamenti si avevano solo indicazioni di massima e comunque inquietanti. In Val d’Isère, ad esempio, per raggiungere Bourg-Saint-Maurice, nel settembre 1946 arrivavano in media 300 clandestini al giorno, toccando addirittura le 526 unità in un’occasione. In Val di Susa il comune di Giaglione dovette chiedere aiuto alla prefettura di Torino non avendo più risorse per seppellire quanti morivano nel disperato tentativo di valicare le Alpi. Nel 1948 il "Bollettino quindicinale dell’emigrazione" scriveva che quotidianamente in quel luogo passavano illegalmente in Francia "molto più di cento emigranti" e "due o tre al mese, almeno", secondo un rapporto di un agente del Servizio di informazioni militare, non ce la facevano. 
Allora come oggi non mancavano persone senza scrupoli che lucravano sulle disgrazie altrui. Il sindaco di Bardonecchia, Mauro Amprimo, sentì il dovere di far affiggere un manifesto nel quale si rivolgeva alle guide alpine. "Anche se compiono azione contraria alla legge – vi si leggeva – sappiano almeno compierla obbedendo a una legge del cuore, discernendo e accompagnando, cioè, soltanto quegli individui che appaiono loro chiaramente in condizioni fisiche tali da sopportare il disagio della traversata dei monti e scegliendo altresì condizioni di clima che non siano proibitive e non abbandonando i disgraziati emigranti a metà percorso". 
Sessant’anni fa, dunque, i clandestini erano gli italiani, le Alpi il "mediterraneo" da attraversare verso l’agognata meta, alcune guide alpine gli scafisti dell’epoca. Ma in tempi in cui si parla non sempre con accenti benevoli degli immigrati e in particolare degli irregolari, in Italia – Paese dalla memoria corta e non sempre condivisa – sono in pochi ad avere coscienza di questo passato. E d’altra parte la pubblicistica ha sostanzialmente ignorato il fenomeno, interessandosi prevalentemente dell’immigrazione regolare, più facile da documentare e da seguire. Eppure, stando a quanto racconta Sandro Rinauro nel bel libro Il cammino della speranza (Torino, Einaudi, 2009, pagine 436, euro 35), dal quale sono tratte le notizie citate, il 50 per cento dei lavoratori italiani emigrati in Francia tra il 1945 e il 1960 era clandestino e il 90 per cento dei loro familiari li raggiunse altrettanto illegalmente. Cifre che per decenni hanno fatto dell’Italia "la principale protagonista internazionale di questo fenomeno" e solo "negli anni Sessanta inoltrati gli emigranti di altre nazioni le hanno sottratto il primato dell’esodo illegale in Europa occidentale". 
Ciononostante l’autore, ricercatore di geografia politica ed economica all’università di Milano, respinge ogni semplificazione, ogni facile equazione del tipo:  gli italiani di allora come i romeni o gli africani di oggi. La ricostruzione storica del passato, pur sottolineando non poche affinità, mostra anche molte differenze. Così come rende evidente la dimestichezza dell’Europa, soprattutto dei Paesi dell’area mediterranea, con l’emigrazione illegale. Dopo gli italiani, infatti, toccò agli spagnoli e ai portoghesi. 
Rinauro sottolinea come negli anni della "grande emigrazione" tra la fine del xix e l’inizio del xx secolo, pur avendo toccato cifre notevoli, dell’ordine di 20-30.000 emigranti illegali l’anno, "l’esodo illecito fu relativamente limitato rispetto all’enorme dimensione dell’espatrio complessivo che, nel primo quindicennio del Novecento, toccò la media di 600.000 individui l’anno". "Ciò accade – spiega l’autore – in virtù della notevole libertà d’emigrazione che caratterizzava quei decenni di grande sviluppo e d’integrazione economica internazionale, dove i principali ostacoli all’espatrio non derivavano tanto dai Paesi di destinazione, quanto dalle autorità italiane". 
Tra le due guerre l’esodo illegale fece un balzo in avanti, ma fu nel secondo dopoguerra che non solo toccò le cifre record, ma soprattutto "assunse l’aspetto paradossale che caratterizza l’immigrazione clandestina del giorno d’oggi:  gli italiani presero, infatti, a emigrare illegalmente nonostante la libertà d’espatrio nuovamente adottata dalle autorità nazionali e nonostante una crescente e poi fortissima domanda di braccia da parte di Paesi esteri". 
In sostanza, il caso italiano prefigurava ciò che accade in tempi di globalizzazione. Se fino agli anni Sessanta portoghesi e spagnoli erano costretti alla clandestinità a causa delle forti restrizioni dei loro governi totalitari, in Italia, sotto la guida di De Gasperi, venne adottata "una politica migratoria d’incondizionato e quasi spregiudicato sostegno della libertà d’emigrazione". E ciò, mentre i Paesi di destinazione attenuavano le restrizioni precedenti il conflitto. 
Così, nonostante le richieste dei mercati interno ed esterno fossero complementari, nel 1947, a fronte di una richiesta francese di 200.000 lavoratori, dall’Italia se ne presentarono 51.000, 13.000 dei quali clandestini. Andò peggio l’anno dopo:  a una richiesta analoga, risposero appena in 29.000, la metà dei quali irregolari. 
"Esattamente come al giorno d’oggi – scrive Rinauro – i fattori che inducevano all’esodo illegale e alla sua tolleranza erano numerosi e ben più complessi della semplice relazione quantitativa tra la domanda e l’offerta di braccia, e rimandavano soprattutto alla politica migratoria ufficiale, al suo meccanismo burocratico e alle condizioni d’accoglienza riservate agli stranieri". E in particolare in Francia "l’afflusso illegale derivava specialmente dall’eccessivo rigidismo migratorio di Parigi e di Roma, dalle conseguenti infinite lungaggini burocratiche della selezione ufficiale degli emigranti e, naturalmente e come sempre, dalla volontà di procurarsi, accanto a un’immigrazione regolare e permanente, una riserva di manodopera illegale e quindi economica, flessibile e adattabile ai capricci della congiuntura". Esattamente come oggi, sottolinea l’autore. E come oggi anche allora solo pochi fortunati accedevano alle catene di montaggio delle fabbriche e alla stabilità dell’impiego. La maggioranza era assorbita da mestieri precari e disprezzati dalla manodopera locale. 
Dopo avere attraversato i confini stranieri, molti clandestini italiani furono "sanati" ed equiparati agli immigrati regolari, ma quasi tutti vissero a lungo nell’illegalità sperimentando sfruttamento e precarietà. Molti si rassegnarono a rimpatriare rapidamente. Ma in Francia alcuni finirono per accettare l’arruolamento nella Legione Straniera partecipando anche alle guerre d’Algeria e d’Indocina:  come carne da cannone, dunque, in funzione delle guerre coloniali, ma presentati all’opinione pubblica come contributo italiano alla guerra fredda, baluardo contro il comunismo. 
"Ben diverse dall’oggi – spiega Rinauro – erano le migrazioni illegali degli italiani determinate da cause politiche:  i fascisti, i collaborazionisti, gli aguzzini repubblichini e i manager pubblici e privati del ventennio che scappavano all’estero per sottrarsi alla giustizia della rinata democrazia erano ben diversi dagli uomini, donne e bambini che fuggono dalle guerre etniche e i regimi totalitari sulle "carrette del mare" e che trovano scarsa accoglienza al giorno d’oggi". 
Il cammino della speranza – titolo mutuato dal film di Pietro Germi che racconta l’odissea di un gruppo di siciliani che, dopo la chiusura della zolfatara, emigrano passando illegalmente il confine con la Francia – ricostruisce minuziosamente l’immigrazione clandestina italiana. Oltre agli aspetti politici e burocratici, racconta le peripezie dei viaggi, le condizioni di vita e di lavoro degli irregolari, il grado di integrazione, le umiliazioni e le ingiustizie subite. Ma soprattutto ha il merito di restituire alla memoria del Paese ampiezza e motivazioni di un fenomeno a lungo rimosso. 

(©L’Osservatore Romano – 11 giugno 2009)

Amicizia

serpente-giallo

C’era la’, drizzato verso il piccolo principe, uno di quei serpenti gialli che ti uccidono in trenta secondi. Pur frugando in tasca per prendere il revolver, mi misi a correre, ma al rumore che feci, il serpente si lascio’ scivolare dolcemente nella sabbia, come un getto d’acqua che muore, e senza troppo affrettarsi si infilo’ tra le pietre con un leggero rumore metallico.
Arrivai davanti al muro giusto in tempo per ricevere fra le braccia il mio ometto, pallido come la neve.
“Che cos’e’ questa storia! Adesso parli coi serpenti!”.
Avevo disfatto la sua sciarpa d’oro.
Gli avevo bagnato le tempie e l’avevo fatto bere. Ed ora non osavo piu’ domandargli niente.
Mi guardo’ gravemente e mi strinse le braccia al collo. Sentivo battere il suo cuore come quello di un uccellino che muore, quando l’hanno colpito col fucile. Mi disse:
“Sono contento che tu abbia trovato quello che mancava al tuo motore. Puoi ritornare a casa tua…”
“Come lo sai?”
Stavo appunto per annunciargli che, insperatamente, ero riuscito nel mio lavoro!
Non rispose alla mia domanda, ma soggiunse:
“Anch’io, oggi, ritorno a casa…”
Poi, melanconicamente:
“E’ molto piu’ lontano… e’ molto piu’ difficile…”
Sentivo che stava succedendo qualche cosa di straordinario. Lo stringevo fra le braccia come un bimbetto, eppure mi sembrava che scivolasse verticalmente in un abisso, senza che io potessi fare nulla per trattenerlo…
Aveva lo sguardo serio, perduto lontano:
“Ho la tua pecora. E ho la cassetta per la pecora. E ho la museruola…”
E sorrise con malinconia.
Attesi a lungo. Sentivo che a poco a poco si riscaldava:
“Ometto caro, hai avuto paura…”
Aveva avuto sicuramente paura!
Ma rise con dolcezza:
“Avro’ ben piu’ paura questa sera…”
Mi sentii gelare di nuovo per il sentimento dell’irreparabile. E capii che non potevo sopportare l’idea di non sentire piu’ quel riso. Era per me come una fontana nel deserto.
“Ometto, voglio ancora sentirti ridere…”
Ma mi disse:
“Sara’ un anno questa notte. La mia stella sara’ proprio sopra al luogo dove sono caduto l’anno scorso…”
“Ometto, non e’ vero che e’ un brutto sogno quella storia del serpente, dell’appuntamento e della stella?…”
Ma non mi rispose. Disse:
“Quello che e’ importante, non lo si vede…”
“Certo…”
“E’ come per il fiore. Se tu vuoi bene a un fiore che sta in una stella, e’ dolce, la notte, guardare il cielo. Tutte le stelle sono fiorite”.
“Certo…”
“E’ come per l’acqua. Quella che tu mi hai dato da bere era come una musica, c’era la carrucola e c’era la corda… ti ricordi… era buona”.
“Certo…”
“Guarderai le stelle, la notte. E’ troppo piccolo da me perche’ ti possa mostrare dove si trova la mia stella. E’ meglio cosi’. La mia stella sara’ per te una delle stelle. Allora, tutte le stelle, ti piacera’ guardarle… Tutte, saranno tue amiche. E poi ti voglio fare un regalo…”
Rise ancora.
“Ah! Ometto, ometto mio, mi piace sentire questo riso!”
“E sara’ proprio questo il mio regalo… sara’ come per l’acqua…”
“Che cosa vuoi dire?”
“Gli uomini hanno delle stelle che non sono le stesse. Per gli uni, quelli che viaggiano, le stelle sono delle guide. Per altri non sono che delle piccole luci. Per altri, che sono dei sapienti, sono dei problemi. Per il mio uomo d’affari erano dell’oro. Ma tutte queste stelle stanno zitte. Tu, tu avrai delle stelle come nessuno ha…”
“Che cosa vuoi dire?”
“Quando tu guarderai il cielo, la notte, visto che io abitero’ in una di esse, visto che io ridero’ in una di esse, allora sara’ per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, delle stelle che sanno ridere!”
E rise ancora.
“E quando ti sarai consolato (ci si consola sempre), sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me. E aprirai a volte la finestra, cosi’, per il piacere… E i tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere guardando il cielo.
Allora tu dirai: “Si, le stelle mi fanno sempre ridere!” e ti crederanno pazzo.
“T’avro’ fatto un brutto scherzo…”
E rise ancora.
“Sara’ come se t’avessi dato, invece delle stelle, mucchi di sonagli che sanno ridere…”
E rise ancora.

Video brano post precedente

Clikka qui per vedere il filmato tratto dal film "La strada"

 

testa di carciofo

Giulietta Masina

– Io sono ignorante, ma ho letto qualche libro. Tu non ci crederai, ma tutto quello che c’è a questo mondo serve a qualcosa. Ecco, prendi quel sasso li, per esempio.
– Quale?
– Questo… Uno qualunque… Be’, anche questo serve a qualcosa: anche questo sassetto.
– E a cosa serve?
– Serve… Ma che ne so io? Se lo sapessi, sai chi sarei?
– Chi?
– Il Padreterno, che sa tutto: quando nasci, quando muori. E chi può saperlo? No, non so a cosa serve questo sasso io, ma a qualcosa deve servire. Perché se questo è inutile, allora è inutile tutto: anche le stelle. E anche tu, anche tu servi a qualcosa, con la tu’ testa di carciofo.

Guardando all'America e ascoltando alla radio…

Povera patria
(da "Come un cammello in una grondaia", 1991)

Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos’è il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!
Questo paese è devastato dal dolore…
ma non vi danno un po’ di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà
no cambierà, forse cambierà.
Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali.
Me ne vergogno un poco, e mi fa male
vedere un uomo come un animale.
Non cambierà, non cambierà
sì che cambierà, vedrai che cambierà.
Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali
che possa contemplare il cielo e i fiori,
che non si parli più di dittature
se avremo ancora un po’ da vivere…
La primavera intanto tarda ad arrivare.

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