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Archivio per la categoria ‘citazioni’

Peccato che non ritorni

2 novembre 1975

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"A Pa’"

Non mi ricordo se c’era luna,
e nè che occhi aveva il ragazzo,
ma mi ricordo quel sapore in gola
e l’odore del mare come uno schiaffo. A pà.
E c’era Roma così lontana,
e c’era Roma così vicina,
e c’era quella luce che li chiama,
come una stella mattutina. A pà.
A pà. Tutto passa, il resto va.
E voglio vivere come i gigli nei campi,
come gli uccelli del cielo campare,
e voglio vivere come i gigli dei campi,
e sopra i gigli dei campi volare.
Francesco de Gregori

A volte ritornano…

«Ho una vecchiaia serena. Tutte le mattine parlo con le voci della mia coscienza, ed è un dialogo che mi quieta.
Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo.
Forse sì, dovrei avere i diritti d’autore. La giustizia, la tv, l’ordine pubblico. Ho scritto tutto trent’anni fa in 53 punti».
Licio Gelli.
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Poesia di Alda Merini dedicata al mio amico Fabio e alla sue telefonate

Il manicomio è il luogo della lontananza,
ma ogni malato, vero o presunto,
ha sempre in sé quel cuore malato,
che è lo stesso che lo aiuterà a guarire.
Di solito è un cuore d’amore
e la scienza non capirà
come mai, ad un certo punto,
questo orologio misterioso dell’uomo
comincia a vivere
Il contagio viene dagli altri,
i veri lebbrosi dell’amore,
che a volte ti deturpano il sentimento
Abbiamo in noi, e con noi,
la figura malata e vittoriosa di un Cristo
che non dice parola contro la violenza
perché la violenza fa parte della vita,
ma il saggio sa che il male lo prepara alla morte
e quindi sa anche che ci sarà
una gloriosa resurrezione
E come io ho amato gli altri malati
che mi hanno amato e salvato la vita,
così oggi amo i sani
che li hanno condannati.
Rimango io, Alda Merini, a ricordarli
e quell’unica rosa di chi ha vinto a Sanremo
andrebbe posta sulle tante tombe
di coloro che non sono stati
giustificati.
Io ne piango alla memoria.
 
Milano, 5 Marzo 2007
Poesia scritta in occasione
del Concorso Letterario
Storie di Guarigione

Passione

  Io come voi

sono stata sorpresa
mentre rubavo la vita,
buttata fuori
dal mio desiderio d’amore.
io come voi
non sono stata ascoltata
e ho visto le sbarre
del silenzio crescermi intorno
e strapparmi i capelli.
io come voi ho pianto
ho riso e ho sperato.
io come voi mi sono sentita
togliere i vestiti di dosso
e quando mi hanno
dato in mano la mia vergogna
ho mangiato vergogna
ogni giorno.
io come voi ho soccorso
il nemico
ho avuto fede
nei miei poveri panni
e ho domandato
che cosa sia il Signore
poi dall’idea della
sua esistenza ho tratto forza
per sentire il martirio
volarmi intorno
come colomba viva.
io come voi ho consumato
l’amore da sola lontana
persino dal Cristo risorto.
ma io come voi
sono tornata alla scienza
del dolore
dell’uomo
che è la scienza mia.
 
 Alda Merini
 

di citazione in citazione

Francesco Guccini – Gli Amici

I miei amici veri, purtroppo o per fortuna,
non sono vagabondi o abbaialuna,
per fortuna o purtroppo ci tengono alla faccia:
quasi nessuno batte o fa il magnaccia.

Non son razza padrona, non sono gente arcigna,
siamo volgari come la gramigna.
Non so se è pregio o colpa esser fatti così:
c’è gente che è di casa in serie B.

Contandoli uno a uno non son certo parecchi,
son come i denti in bocca a certi vecchi,
ma proprio perchè pochi son buoni fino in fondo
e sempre pronti a masticare il mondo.

Non siam razza d’ artista, nè maschere da gogna
e chi fa il giornalista si vergogna,
non che il fatto c’ importi: chi non ha in qualche posto
un peccato o un cadavere nascosto?

Non cerchiamo la gloria, ma la nostra ambizione
è invecchiar bene, anzi, direi… benone!
Per quello che ci basta non c’è da andar lontano
e abbiamo fisso in testa un nostro piano:

se e quando moriremo, ma la cosa è insicura,
avremo un paradiso su misura,
in tutto somigliante al solito locale,
ma il bere non si paga e non fa male.

E ci andremo di forza, senza pagare il fìo
di coniugare troppo spesso in Dio:
non voglio mescolarmi in guai o problemi altrui,
ma questo mondo ce l’ ha schiaffato Lui.

E quindi ci sopporti, ci lasci ai nostri giochi,
cosa che a questo mondo han fatto in pochi,
voglio veder chi sceglie, con tanti pretendenti,
tra santi tristi e noi più divertenti,
veder chi è assunto in cielo, pur con mille ragioni,
fra noi e la massa dei rompicoglioni….

Autocitazione

il poco e il molto

non sono misurabili

nell’amicizia

MERCOLEDI DELLE CENERI 2

citazione gentilmente concessa dal Blog di Agonia
 

DALLA TESTA AI PIEDI
 
Carissimi, cenere in testa e acqua sui piedi.
Tra questi due riti, si snoda la strada della quaresima. Una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri.
A percorrerla non bastano i cinquanta giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala.
Pentimento e servizio. Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all’acqua, più che alle parole. Non c’è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche. Le altre, quelle fatte dai pulpiti, forse si dimenticano subito. Queste, invece, no: perché espresse con i simboli, che parlano un «linguaggio a lunga conservazione».
È difficile, per esempio, sottrarsi all’urto di quella cenere.
Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine. E trasforma in un’autentica martellata quel richiamo all’unica cosa che conta: «Convertiti e credi al Vangelo».
Peccato che non tutti conoscono la rubrica del messale, secondo cui le ceneri debbono essere ricavate dai rami d’ulivo benedetti nell’ultima Domenica delle Palme. Se no, le allusioni all’impegno per la pace, all’accoglienza del Cristo, al riconoscimento della sua unica signoria, alla speranza di ingressi definitivi nella Gerusalemme del cielo, diverrebbero itinerari ben più concreti di un cammino di conversione.
Quello «shampoo alla cenere», comunque, rimane impresso per sempre: ben oltre il tempo in cui, tra i capelli soffici, ti ritrovi detriti terrosi che il mattino seguente, sparsi sul guanciale, fanno pensare per un attimo alle squame già cadute dalle croste del nostro peccato.
Così pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell’acqua nel catino. È la predica più antica che ognuno di noi ricordi. Da bambini, l’abbiamo «udita con gli occhi», pieni di stupore, dopo aver sgomitato tra cento fianchi, per passare in prima fila e spiare da vicino le emozioni della gente.
Una predica, quella del giovedì santo, costruita con dodici identiche frasi: ma senza monotonia. Ricca di tenerezze, benché articolata su un prevedibile copione. Priva di retorica, pur nel ripetersi di passaggi scontati: l’offertorio di un piede, il levarsi di una brocca, il frullare di un asciugatoio, il sigillo di un bacio.
Una predica strana. Perché a pronunciarla senza parole, genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana, è un uomo che la mente ricorda in ginocchio solo davanti alle ostie consacrate.
Miraggio o dissolvenza? Abbaglio provocato dal sonno, o simbolo per chi veglia nell’attesa di Cristo? «Una tantum» per la sera dei paradossi, o prontuario plastico per le nostre scelte quotidiane?
Potenza evocatrice dei segni!
Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua. La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l’ardore, mettiamoci alla ricerca dell’acqua da versare… sui piedi degli altri.
Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa.
Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi.
 
don Tonino Bello, Vescovo
5 Febbraio 1989

Libertà

LIBERTA’

Per questa libertà bisognerà dar tutto.

Per questa libertà di girasole aperto nell’alba,

di fabbriche accese

e di scuole illuminate,

e di terra che scricchiola

e di bambino che si sveglia,

bisognerà dar tutto.

Non c’è alternativa se non la libertà.

Non c’è cammino se non la libertà.

Non c’è altra patria che la libertà.

Non ci sarà poema senza la violenta musica della libertà.

Per questa libertà

che è il terrore di quelli che sempre la violarono

in nome di fastose miserie,

per questa libertà che è la notte degli oppressori,

e l’alba che illumina le pupille infossate,

i piedi scalzi,

i tetti sforacchiati,

e gli occhi dei bambini che vagavano nella polvere,

per questa libertà che è l’impero della gioventù,

bella come la vita,

bisognerà dar tutto.

(Fayad Jamis, Cuba, 1960)

Una parola una etimologia per far partire i pensieri…

De-siderum: letteralmente «la mancanza delle stelle» o anche «che proviene dalle stelle».

A volte sembra tendere all’infinito, sembra irraggiungibile ma altre volte un desiderio è semplicemente qualcosa di cui sentiamo la necessità, la mancanza, la nostalgia.

Ne siamo comunque alla ricerca, sia che tendano all’infinito o alla concretezza, perché è questo che ci fa sentire completi.

(Dal sussidio per i campi invernali adolescenti 2007-2008 – Diocesi di Bergamo)

stelle

ABBIAMO TUTTI

"Abbiamo tutti enormi difficoltà

ad accettarci così come siamo,

con questo straordinario miscuglio

di debolezza  e forza,

di ignoranza e di conoscenza,

di luce e di tenebre,

di amore e di odio.

E, di fatto,  fuggiamo qualcosa

che è la nostra vulnerabilità,

la nostra immensa fragilità"

Jean Vanier

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