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Archivio per la categoria ‘riflessioni e vita’

a leggere certi giornali…

Tra il 1945 e il 1960 "il cammino della speranza" passava per le Alpi 

Quando i clandestini
erano italiani


 

di Gaetano Vallini 

L’immagine è drammatica, come la didascalia che l’accompagna:  mostra una donna che, "sorpresa dalla tempesta di neve vide il suo bambino spirarle tra le braccia, proseguì per qualche tratto e infine cadde esausta con l’altro figlio:  i tre corpi furono trovati due giorni dopo". Più di una volta la tragica fine degli emigranti clandestini italiani alla ricerca di lavoro e fortuna oltralpe finì sulle pagine de "La Domenica del Corriere". Del resto i quotidiani quasi ogni giorno erano costretti a dar conto, con toni più o meno allarmistici, di episodi analoghi, tanto difficile era tenere una contabilità dei caduti. 
Sugli attraversamenti si avevano solo indicazioni di massima e comunque inquietanti. In Val d’Isère, ad esempio, per raggiungere Bourg-Saint-Maurice, nel settembre 1946 arrivavano in media 300 clandestini al giorno, toccando addirittura le 526 unità in un’occasione. In Val di Susa il comune di Giaglione dovette chiedere aiuto alla prefettura di Torino non avendo più risorse per seppellire quanti morivano nel disperato tentativo di valicare le Alpi. Nel 1948 il "Bollettino quindicinale dell’emigrazione" scriveva che quotidianamente in quel luogo passavano illegalmente in Francia "molto più di cento emigranti" e "due o tre al mese, almeno", secondo un rapporto di un agente del Servizio di informazioni militare, non ce la facevano. 
Allora come oggi non mancavano persone senza scrupoli che lucravano sulle disgrazie altrui. Il sindaco di Bardonecchia, Mauro Amprimo, sentì il dovere di far affiggere un manifesto nel quale si rivolgeva alle guide alpine. "Anche se compiono azione contraria alla legge – vi si leggeva – sappiano almeno compierla obbedendo a una legge del cuore, discernendo e accompagnando, cioè, soltanto quegli individui che appaiono loro chiaramente in condizioni fisiche tali da sopportare il disagio della traversata dei monti e scegliendo altresì condizioni di clima che non siano proibitive e non abbandonando i disgraziati emigranti a metà percorso". 
Sessant’anni fa, dunque, i clandestini erano gli italiani, le Alpi il "mediterraneo" da attraversare verso l’agognata meta, alcune guide alpine gli scafisti dell’epoca. Ma in tempi in cui si parla non sempre con accenti benevoli degli immigrati e in particolare degli irregolari, in Italia – Paese dalla memoria corta e non sempre condivisa – sono in pochi ad avere coscienza di questo passato. E d’altra parte la pubblicistica ha sostanzialmente ignorato il fenomeno, interessandosi prevalentemente dell’immigrazione regolare, più facile da documentare e da seguire. Eppure, stando a quanto racconta Sandro Rinauro nel bel libro Il cammino della speranza (Torino, Einaudi, 2009, pagine 436, euro 35), dal quale sono tratte le notizie citate, il 50 per cento dei lavoratori italiani emigrati in Francia tra il 1945 e il 1960 era clandestino e il 90 per cento dei loro familiari li raggiunse altrettanto illegalmente. Cifre che per decenni hanno fatto dell’Italia "la principale protagonista internazionale di questo fenomeno" e solo "negli anni Sessanta inoltrati gli emigranti di altre nazioni le hanno sottratto il primato dell’esodo illegale in Europa occidentale". 
Ciononostante l’autore, ricercatore di geografia politica ed economica all’università di Milano, respinge ogni semplificazione, ogni facile equazione del tipo:  gli italiani di allora come i romeni o gli africani di oggi. La ricostruzione storica del passato, pur sottolineando non poche affinità, mostra anche molte differenze. Così come rende evidente la dimestichezza dell’Europa, soprattutto dei Paesi dell’area mediterranea, con l’emigrazione illegale. Dopo gli italiani, infatti, toccò agli spagnoli e ai portoghesi. 
Rinauro sottolinea come negli anni della "grande emigrazione" tra la fine del xix e l’inizio del xx secolo, pur avendo toccato cifre notevoli, dell’ordine di 20-30.000 emigranti illegali l’anno, "l’esodo illecito fu relativamente limitato rispetto all’enorme dimensione dell’espatrio complessivo che, nel primo quindicennio del Novecento, toccò la media di 600.000 individui l’anno". "Ciò accade – spiega l’autore – in virtù della notevole libertà d’emigrazione che caratterizzava quei decenni di grande sviluppo e d’integrazione economica internazionale, dove i principali ostacoli all’espatrio non derivavano tanto dai Paesi di destinazione, quanto dalle autorità italiane". 
Tra le due guerre l’esodo illegale fece un balzo in avanti, ma fu nel secondo dopoguerra che non solo toccò le cifre record, ma soprattutto "assunse l’aspetto paradossale che caratterizza l’immigrazione clandestina del giorno d’oggi:  gli italiani presero, infatti, a emigrare illegalmente nonostante la libertà d’espatrio nuovamente adottata dalle autorità nazionali e nonostante una crescente e poi fortissima domanda di braccia da parte di Paesi esteri". 
In sostanza, il caso italiano prefigurava ciò che accade in tempi di globalizzazione. Se fino agli anni Sessanta portoghesi e spagnoli erano costretti alla clandestinità a causa delle forti restrizioni dei loro governi totalitari, in Italia, sotto la guida di De Gasperi, venne adottata "una politica migratoria d’incondizionato e quasi spregiudicato sostegno della libertà d’emigrazione". E ciò, mentre i Paesi di destinazione attenuavano le restrizioni precedenti il conflitto. 
Così, nonostante le richieste dei mercati interno ed esterno fossero complementari, nel 1947, a fronte di una richiesta francese di 200.000 lavoratori, dall’Italia se ne presentarono 51.000, 13.000 dei quali clandestini. Andò peggio l’anno dopo:  a una richiesta analoga, risposero appena in 29.000, la metà dei quali irregolari. 
"Esattamente come al giorno d’oggi – scrive Rinauro – i fattori che inducevano all’esodo illegale e alla sua tolleranza erano numerosi e ben più complessi della semplice relazione quantitativa tra la domanda e l’offerta di braccia, e rimandavano soprattutto alla politica migratoria ufficiale, al suo meccanismo burocratico e alle condizioni d’accoglienza riservate agli stranieri". E in particolare in Francia "l’afflusso illegale derivava specialmente dall’eccessivo rigidismo migratorio di Parigi e di Roma, dalle conseguenti infinite lungaggini burocratiche della selezione ufficiale degli emigranti e, naturalmente e come sempre, dalla volontà di procurarsi, accanto a un’immigrazione regolare e permanente, una riserva di manodopera illegale e quindi economica, flessibile e adattabile ai capricci della congiuntura". Esattamente come oggi, sottolinea l’autore. E come oggi anche allora solo pochi fortunati accedevano alle catene di montaggio delle fabbriche e alla stabilità dell’impiego. La maggioranza era assorbita da mestieri precari e disprezzati dalla manodopera locale. 
Dopo avere attraversato i confini stranieri, molti clandestini italiani furono "sanati" ed equiparati agli immigrati regolari, ma quasi tutti vissero a lungo nell’illegalità sperimentando sfruttamento e precarietà. Molti si rassegnarono a rimpatriare rapidamente. Ma in Francia alcuni finirono per accettare l’arruolamento nella Legione Straniera partecipando anche alle guerre d’Algeria e d’Indocina:  come carne da cannone, dunque, in funzione delle guerre coloniali, ma presentati all’opinione pubblica come contributo italiano alla guerra fredda, baluardo contro il comunismo. 
"Ben diverse dall’oggi – spiega Rinauro – erano le migrazioni illegali degli italiani determinate da cause politiche:  i fascisti, i collaborazionisti, gli aguzzini repubblichini e i manager pubblici e privati del ventennio che scappavano all’estero per sottrarsi alla giustizia della rinata democrazia erano ben diversi dagli uomini, donne e bambini che fuggono dalle guerre etniche e i regimi totalitari sulle "carrette del mare" e che trovano scarsa accoglienza al giorno d’oggi". 
Il cammino della speranza – titolo mutuato dal film di Pietro Germi che racconta l’odissea di un gruppo di siciliani che, dopo la chiusura della zolfatara, emigrano passando illegalmente il confine con la Francia – ricostruisce minuziosamente l’immigrazione clandestina italiana. Oltre agli aspetti politici e burocratici, racconta le peripezie dei viaggi, le condizioni di vita e di lavoro degli irregolari, il grado di integrazione, le umiliazioni e le ingiustizie subite. Ma soprattutto ha il merito di restituire alla memoria del Paese ampiezza e motivazioni di un fenomeno a lungo rimosso. 

(©L’Osservatore Romano – 11 giugno 2009)

Guardando all'America e ascoltando alla radio…

Povera patria
(da "Come un cammello in una grondaia", 1991)

Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos’è il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!
Questo paese è devastato dal dolore…
ma non vi danno un po’ di dispiacere
quei corpi in terra senza più calore?
Non cambierà, non cambierà
no cambierà, forse cambierà.
Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali?
Nel fango affonda lo stivale dei maiali.
Me ne vergogno un poco, e mi fa male
vedere un uomo come un animale.
Non cambierà, non cambierà
sì che cambierà, vedrai che cambierà.
Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali
che possa contemplare il cielo e i fiori,
che non si parli più di dittature
se avremo ancora un po’ da vivere…
La primavera intanto tarda ad arrivare.

A volte ritornano…

«Ho una vecchiaia serena. Tutte le mattine parlo con le voci della mia coscienza, ed è un dialogo che mi quieta.
Guardo il Paese, leggo i giornali e penso: ecco qua che tutto si realizza poco a poco, pezzo a pezzo.
Forse sì, dovrei avere i diritti d’autore. La giustizia, la tv, l’ordine pubblico. Ho scritto tutto trent’anni fa in 53 punti».
Licio Gelli.
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Una voce dal mondo delle università

Nel blog di della Giarrè un post che merita di essere citato e fatto conoscere soprattutto per la citazione fatta: la speranza in un mondo in cui il sapere e la ricerca siano possibili sempre e nella libertà.

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Rientrato alla base

Finite le vacanze al mare si sta per riprendere la vita di parrocchia: domani funerale …

alle

Zingari

zingara

Dedicato a chi si stupisce che la Chiesa oggi abbia parole di difesa per chi non difende più nessuno, sono parole che vengono da lontano, e che a me fanno rifllettere:

CAMPO INTERNAZIONALE DEGLI ZINGARI

OMELIA DI PAOLO VI

Pomezia, 26 settembre 1965

La pioggia, che, per tutta la notte dal sabato alla domenica 26 settembre e sin verso le ore 13 s’è rovesciata fitta e insistente nell’intero Lazio, rende impossibile lo svolgimento dell’intero programma stabilito per lo storico incontro tra il Papa e il novissimo pellegrinaggio.
Si tratta di nomadi, gitani, zingari di diverse stirpi, nazioni e provenienze, tutti affratellati dal vincolo della fede, desiderosi di porgere al Vicario di Gesù Cristo un atto di sentitissimo ossequio.
Eppure . . . «aquae multae non potuerunt exstinguere caritatem». Sull’inclemenza del tempo il fervore cristiano ha il sopravvento, per acclamare la venuta del Santo Padre; la S. Messa da Lui celebrata; la sua affettuosa Esortazione; i particolari di un colloquio iniziatosi con squisita intesa e perciò destinato a prolungarsi nel tempo.
Spostata alquanto la sede dell’incontro: ma sicuramente accresciuto l’entusiasmo dei protagonisti, – molti dei quali negli sgargianti costumi tradizionali – la sacra manifestazione si attua in ambiente di profonda religiosità e commozione, con l’altare disposto a ridosso della facciata del pre-seminario «Angelo Bartolomasi» a un duecento metri dall’accampamento nei pressi di Pomezia.
Il Santo Padre giunge alle ore 17 e passa tra due fitte ali di gitani e di altri fedeli provenienti da Roma e dalle città e paesi circonvicini.
Dopo il Vangelo, letto alla moltitudine in cinque idiomi diversi, l’omelia di Sua Santità.

Cari Zingari, cari Nomadi, cari Gitani,
venuti da ogni parte d’Europa, a voi il Nostro saluto.

1. Il Nostro saluto a voi, pellegrini perpetui; a voi, esuli volontari; a voi, profughi sempre in cammino; a voi, viandanti senza riposo! A voi, senza casa propria, senza dimora fissa, senza patria amica, senza società pubblica! A voi, che mancate di lavoro qualificato, mancate di contatti sociali, mancate di mezzi sufficienti!

Saluto a voi, che avete scelto la vostra piccola tribù, la vostra carovana, come vostro mondo separato e segreto; a voi, che guardate il mondo con diffidenza, e con diffidenza siete da tutti guardati; a voi, che avete voluto essere forestieri sempre e dappertutto, isolati, estranei, sospinti fuori di ogni cerchio sociale; a voi, che da secoli siete in marcia, e ancora non avete fissato dove arrivare, dove rimanere!

2. Ecco: siete oggi arrivati qua; siete convenuti qua. Vi trovate fra voi, e quasi formate un popolo; vi incontrate con Noi, e vi accorgete che questo è un grande avvenimento, quasi una scoperta.

Comprendete, nomadi carissimi, il significato di questo incontro. Qui trovate un posto, una stazione, un bivacco, differente dagli accampamenti, dove di solito fanno tappa le vostre carovane: dovunque voi vi fermiate, voi siede considerati importuni e estranei; e restate timidi e timorosi; qui no; qui siete bene accolti, qui siete attesi, salutati, festeggiati. Vi capita mai questa fortuna? Qui fate un’esperienza nuova: trovate qualcuno che vi vuole bene, vi stima, vi apprezza, vi assiste. Siete mai stati salutati, durante le vostre interminabili escursioni, come fratelli? Come figli? Come cittadini eguali agli altri? Anzi come membri d’una società che non vi respinge, ma che vi accoglie, vi cura e vi onora? Che cosa significa questa novità? Dove siete arrivati?

Siete arrivati, innanzi tutto, in un mondo civile, che non vi disprezza, non vi perseguita, non vi esclude dal suo consorzio. Dovete riconoscere che la società circostante è molto cambiata da quella che qualche decennio fa vi proscrisse e vi fece tanto soffrire. Senza odio per chi verso di voi fu spietato e crudele, e fece vilmente morire tanti vostri simili. Noi diamo un pensiero di cordiale ricordo agli zingari vittime delle persecuzioni razziali, preghiamo per i vostri morti, e invochiamo da Dio per i vivi e per i defunti la pace, eterna per questi, terrena per tutti gli uomini di questo mondo. Sì, siate bravi e giusti; e riconoscete che la società oggi è migliore; e se voi preferite stare ai margini di essa, e tollerate perciò tanti fastidi, essa però offre a tutti la sua libertà, le sue leggi ed i suoi servizi.

3. Ma ciò che ora conta è una scoperta differente. Voi scoprite di non essere fuori, ma dentro un’altra società; una società visibile, ma spirituale; umana, ma religiosa; questa società, voi lo sapete, si chiama la Chiesa. Voi oggi, come forse non mai, scoprite la Chiesa. Voi nella Chiesa non siete ai margini, ma, sotto certi aspetti, voi siete al cento, voi siete nel cuore. Voi siete nel cuore della Chiesa, perché siete soli: nessuno è solo nella Chiesa; siete nel cuore della Chiesa, perché siete poveri e bisognosi di assistenza, di istruzione, di aiuto; la Chiesa ama i poveri, i sofferenti, i piccoli, i diseredati, gli abbandonati.

E’ qui, nella Chiesa, che voi vi accorgete d’essere non solo soci, colleghi, amici, ma fratelli; e non solo fra voi e con noi, che oggi come fratelli vi accogliamo, ma, per un certo verso, quello cristiano, fratelli con tutti gli uomini; ed è qui, nella Chiesa, che vi sentite chiamare famiglia di Dio, che conferisce ai suoi membri una dignità senza confronti, e che tutti li abilita ad essere uomini nel senso più alto e più pieno; ed essere saggi, virtuosi, onesti e buoni; cristiani in una parola.

Noi siamo lieti del titolo di Capo della santa Chiesa, che senza Nostro merito Ci è conferito, per salutarvi tutti, cari Nomadi, cari Zingari, cari pellegrini sulle strade della terra, proprio come Nostri figli; per tutti accogliervi, per tutti benedirvi.

Vorremmo che il risultato di questo eccezionale incontro fosse quello di farvi pensare alla santa Chiesa, alla quale voi appartenete; di farvela meglio conoscere, meglio apprezzare, meglio amare; e vorremmo che il risultato fosse insieme quello di svegliare in voi la coscienza di ciò che voi siete; ciascuno di voi deve dire a se stesso: io sono cristiano, io sono cattolico. E se qualcuno di voi non può dire così, perché non ha tale fortuna, sappia che la Chiesa cattolica vuol bene anche a lui, lo rispetta, lo aspetta! E voglia lui pure guardare alla Chiesa con occhio sincero e con animo buono.

4. Questa risvegliata coscienza nei confronti della Chiesa deve essere il primo effetto di questa memorabile giornata. Ma non il solo. Vi sono tante altre cose che Noi desideriamo per voi e da voi. Come quando le vostre carovane, dopo lungo e faticoso cammino, arrivano in un bel posto verde e tranquillo, vicino ad un fiume limpido e fresco, e trovano ristoro, refrigerio e letizia, così vorremmo che questo convegno fosse benefico per voi di tanti conforti spirituali: quello della pace della coscienza, quello della promessa di mantenervi bravi ed onesti, quello della preghiera semplice e profonda, quello del perdono reciproco fra di voi, se mai i vostri animi fossero divisi e ostili; e così via. Noi pensiamo che dovrebbero migliorarsi i vostri rapporti con la società, che attraversate e toccate con le vostre carovane: come voi gradite trovare ristoro e ospitalità gentile, dove vi accampate, così voi dovrete procurare di lasciare ad ogni tappa un ricordo buono e simpatico: che la vostra strada sia disseminata da esempi di bontà, di onestà, di rispetto. Forse qualificandovi meglio in qualche lavoro artigianale potrete perfezionare il vostro stile di vita a vostro e altri vantaggio. Ma più che tutto vorremmo da voi una promessa: quella di accettare l’assistenza premurosa e disinteressata dei bravi Sacerdoti e delle brave persone, che qua vi hanno condotti e che ancora vogliono guidarvi sulle vie del bene e della fede, quasi scortando appunto come padri e fratelli, i vostri interminabili itinerari. Fidatevi! Non abbiamo nulla da chiedervi, se non che voi accettiate la materna amicizia della Chiesa. Potremo fare qualche cosa per voi, per i vostri figli, per i vostri malati, per le vostre famiglie, per le vostre anime, se accorderete alla Chiesa e a chi la rappresenta la vostra fiducia.

5. E a queste stesse persone vogliamo tributare la Nostra riconoscenza ed esprimere il Nostro incoraggiamento. Ai Vescovi, che hanno cuore per questi Nostri umili figli randagi, a Mons. Bernardin Collin, Vescovo di Digne, che per incarico della Nostra Congregazione Concistoriale presiede alle opere di assistenza pastorale ai Nomadi, al bravo Padre Fleury, S.J., promotore di così benefica attività, a D. Bruno Nicolini, a D. Mario Ambrogio Riboldi, e a tutti i Sacerdoti e Religiosi e Laici che si prodigano in favore degli Zingari, sia ora per loro l’aperta voce del Nostro encomio e della Nostra gratitudine. Sono queste degne persone, che dimostrano ed esercitano la carità della Chiesa e Nostra verso la gente nomade, e che per essere ministre ad esse delle Nostre benedizioni, le meritano per sé affettuose e speciali.

Ed ora, fratelli e figli, preghiamo insieme. Il Pellegrino divino, a cui non fu né lunga né grave l’infinita via che dal cielo lo condusse in terra per farsi nostro compagno nel viaggio della vita, sta per ritornare presente, qui, fra noi e per noi, nel Sacramento dell’altare. Raccogliamo i nostri animi, riscaldiamo le nostre preghiere: Cristo è vicino. Diciamogli con la misteriosa invocazione della Bibbia: «Vieni, Signore Gesù» (Apoc. 22,20).  

25 aprile – Festa della Liberazione – La libertà di Giorgio Gaber

Vorrei essere libero, libero come un uomo.

Come un uomo appena nato che ha di fronte solamente la natura
e cammina dentro un bosco con la gioia di inseguire un’avventura,
sempre libero e vitale, fa l’amore come fosse un animale,
incosciente come un uomo compiaciuto della propria libertà.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come un uomo che ha bisogno di spaziare con la propria fantasia
e che trova questo spazio solamente nella sua democrazia,
che ha il diritto di votare e che passa la sua vita a delegare
e nel farsi comandare ha trovato la sua nuova libertà.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche avere un’opinione,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Vorrei essere libero, libero come un uomo.
Come l’uomo più evoluto che si innalza con la propria intelligenza
e che sfida la natura con la forza incontrastata della scienza,
con addosso l’entusiasmo di spaziare senza limiti nel cosmo
e convinto che la forza del pensiero sia la sola libertà.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche un gesto o un’invenzione,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.

Da “Dialogo tra un impegnato e un non so” (1972)

In Cammino

a piedi nudi

a cuore stretto

a seguir un filo

che ti unisca al cielo

a volte muta hai gridato

a volte con parole

senza suono hai pregato

e parti ancora un’altra tappa

verso il cielo
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MERCOLEDI DELLE CENERI 2

citazione gentilmente concessa dal Blog di Agonia
 

DALLA TESTA AI PIEDI
 
Carissimi, cenere in testa e acqua sui piedi.
Tra questi due riti, si snoda la strada della quaresima. Una strada, apparentemente, poco meno di due metri. Ma, in verità, molto più lunga e faticosa. Perché si tratta di partire dalla propria testa per arrivare ai piedi degli altri.
A percorrerla non bastano i cinquanta giorni che vanno dal mercoledì delle ceneri al giovedì santo. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la riduzione in scala.
Pentimento e servizio. Sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all’acqua, più che alle parole. Non c’è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche. Le altre, quelle fatte dai pulpiti, forse si dimenticano subito. Queste, invece, no: perché espresse con i simboli, che parlano un «linguaggio a lunga conservazione».
È difficile, per esempio, sottrarsi all’urto di quella cenere.
Benché leggerissima, scende sul capo con la violenza della grandine. E trasforma in un’autentica martellata quel richiamo all’unica cosa che conta: «Convertiti e credi al Vangelo».
Peccato che non tutti conoscono la rubrica del messale, secondo cui le ceneri debbono essere ricavate dai rami d’ulivo benedetti nell’ultima Domenica delle Palme. Se no, le allusioni all’impegno per la pace, all’accoglienza del Cristo, al riconoscimento della sua unica signoria, alla speranza di ingressi definitivi nella Gerusalemme del cielo, diverrebbero itinerari ben più concreti di un cammino di conversione.
Quello «shampoo alla cenere», comunque, rimane impresso per sempre: ben oltre il tempo in cui, tra i capelli soffici, ti ritrovi detriti terrosi che il mattino seguente, sparsi sul guanciale, fanno pensare per un attimo alle squame già cadute dalle croste del nostro peccato.
Così pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell’acqua nel catino. È la predica più antica che ognuno di noi ricordi. Da bambini, l’abbiamo «udita con gli occhi», pieni di stupore, dopo aver sgomitato tra cento fianchi, per passare in prima fila e spiare da vicino le emozioni della gente.
Una predica, quella del giovedì santo, costruita con dodici identiche frasi: ma senza monotonia. Ricca di tenerezze, benché articolata su un prevedibile copione. Priva di retorica, pur nel ripetersi di passaggi scontati: l’offertorio di un piede, il levarsi di una brocca, il frullare di un asciugatoio, il sigillo di un bacio.
Una predica strana. Perché a pronunciarla senza parole, genuflesso davanti a dodici simboli della povertà umana, è un uomo che la mente ricorda in ginocchio solo davanti alle ostie consacrate.
Miraggio o dissolvenza? Abbaglio provocato dal sonno, o simbolo per chi veglia nell’attesa di Cristo? «Una tantum» per la sera dei paradossi, o prontuario plastico per le nostre scelte quotidiane?
Potenza evocatrice dei segni!
Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale, sospeso tra cenere e acqua. La cenere ci bruci sul capo, come fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnerne l’ardore, mettiamoci alla ricerca dell’acqua da versare… sui piedi degli altri.
Pentimento e servizio. Binari obbligati su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a casa.
Cenere e acqua. Ingredienti primordiali del bucato di un tempo. Ma, soprattutto, simboli di una conversione completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi.
 
don Tonino Bello, Vescovo
5 Febbraio 1989

MERCOLEDI DELLE CENERI

MENU’ DEL DIGIUNO
(per il Mercoledì delle Ceneri e i Venerdì di Quaresima)

Antipasto di Canti meditativi
(lo chef consiglia un Inno allo Spirito Santo)

Primi Piatti
Versetti di Sacra Scrittura
(lo chef suggerisce Ezechiele 37,12-14)

Secondi Piatti
Trancio di Salmo
(lo chef suggerisce Salmo 86)

Sorbetto di Canto

Passo di Vangelo
con contorno di deliziosi minuti di silenzio
(consigliato un: Giovanni 6,35-40)
 

Frutta
Buffet di Intercessioni Spontanee
alternate da un canone cantato
(suggerito "In Manus tuas, Pater" dei Fratelli di Taizè)

Dessert
Padre Nostro servito a mani strette
(si consiglia di chiudere il pasto con un Canto Mariano)

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